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Crisi economiche, dal 'giovedì nero' a oggi: come e su cosa investire in futuro

L’economia globale non sta passando un bel momento: appena usciti da quasi due anni di pandemia è scoppiata la guerra in Ucraina; l’inflazione, già fuori controllo negli USA, si sta affacciando prepotentemente anche in Europa e lo spettro di una recessione comincia a profilarsi all’orizzonte.

In questo clima di incertezza e di paura per il futuro ci si chiede se sia un buon momento per investire e se sì, su quali asset puntare. Risponderemo a queste domande dopo aver fatto un excursus storico sulle due grandi crisi economiche che hanno colpito l’occidente nell’ultimo secolo, il "giovedì nero" del 1929 e la crisi del 2008.

Crisi del ‘29

Il decennio, noto come i "ruggenti anni Venti", fu un periodo di esuberante crescita economica e sociale negli Stati Uniti. Tuttavia, giunse a una drammatica e brusca fine nell'ottobre 1929 quando il mercato azionario crollò, aprendo la strada alla Grande Depressione americana degli anni '30.
Nella prima metà degli anni '20, le aziende ottennero un grande successo grazie alle esportazioni verso l’ Europa, che si stava riprendendo dalle conseguenze della prima guerra mondiale. La disoccupazione era ai minimi e l’industria automobilistica creava molti posti di lavoro.
Investire nel mercato azionario divenne un passatempo nazionale per coloro che potevano permetterselo e anche per coloro che non potevano: questi ultimi prendevano in prestito denaro dagli agenti di cambio per finanziare i propri investimenti. Molti stavano acquistando azioni con margine - la pratica di acquistare un bene in cui l'acquirente paga solo una percentuale del valore del bene e prende in prestito il resto dalla banca o da un broker - in rapporti fino a 1:3 Ciò significava che una perdita di un terzo del valore del titolo li avrebbe spazzati via. Le persone non compravano azioni sui fondamentali ma lo facevano spinti dal clima di ottimismo diffuso, dalla fiducia verso una crescita infinita , dall’attrattività di facili guadagni e, spesso, dall’inesperienza. Ma, come si verifica in tutte le situazioni di "bolla finanziaria", basate su speculazione ed euforia, il mercato prima o poi torna in equilibrio e questo accade con una spinta emotiva alle vendite incontrollate pari d'intensità, ma di segno opposto, a quella che ne sorresse gli acquisti in precedenza; in poche parole, l'euforia che origina la bolla viene ad essere seguita da fenomeni di panico che ne decretano lo scoppio.
Il crollo dell'indice di Wall Street avvenuto il 24 ottobre del 1929 (noto come il giovedì nero di Wall Street), in cui 13 milioni di azioni furono vendute senza limite di prezzo, e seguito da un secondo a breve distanza di tempo il 28 ottobre e un terzo il 29 ottobre (martedì nero) con circa 16 milioni di azioni vendute in un solo giorno, diede origine ad un fenomeno di vendite incontrollate di azioni da parte di investitori privati desiderosi di disfarsene.
Il Dow Jones Industrial Average subì una flessione del 40% in un mese e il panico si diffuse a macchia d'olio: fu l'inizio di un ciclo economico altamente recessivo su scala mondiale.

La contrazione dell'economia statunitense ha origini nella seconda parte degli anni Venti quando si registrò una diffusa, ancorché moderata, riduzione dei prezzi dei beni agricoli e, in parte, dei manufatti, dovuto al notevole incremento della produzione connessa all'uso intensivo delle moderne tecniche e dell'energia a basso costo. La sovra-produzione agricola, prima, e industriale, poi, che si era venuta a generare, era anche frutto di una più ridotta capacità degli Stati europei d'importare beni e prodotti da oltre Atlantico per effetto delle conseguenze della Guerra. La risposta governativa negli Stati Uniti alla riduzione di domanda e prezzi dei beni agricoli fu primariamente tesa a "difendere" il settore agricolo con una politica protezionistica di dazi. Questa risposta fu estesa nel giugno del 1930 anche agli altri settori che via via entrarono in crisi. L'approccio protezionistico si rafforzò quindi a seguito del crollo di Wall Street dell'ottobre del '29 e la sua estensione a livello di tutti i paesi esportatori (anche europei) portò a un collasso del commercio internazionale.

Crisi 2007-2008

Le origini della crisi finanziaria del 2008 sono da individuarsi negli anni precedenti contraddistinti da tassi di interesse molto bassi e prestiti concessi dalle banche alle famiglie troppo facilmente che hanno alimentato una bolla dei prezzi delle case negli Stati Uniti e altrove.

Il tutto cominciò, come al solito, con buone intenzioni. Di fronte allo scoppio della bolla delle dot-com, a una serie di scandali di contabilità aziendale e agli attacchi terroristici dell'11 settembre, la Federal Reserve abbassò i tassi sui fondi federali dal 6,5% di maggio 2004 all'1% di giugno 2003 com l'obiettivo di favorire la crescita economica mettendo denaro a disposizione delle imprese e dei consumatori a tassi molto bassi.
Il risultato fu una spirale al rialzo dei prezzi delle case, poiché i mutuatari potevano trarre vantaggio di tassi ipotecari bassi. Per far fronte ad una richiesta sempre maggiore, le banche cominciarono a concedere prestiti per l’acquisto della casa, i mutui, anche a persone e famiglie che non potevano realmente permettersi tale spesa. Questi mutui, chiamati subprime sono i prestiti concessi a cattivi pagatori, ovvero persone che era noto avrebbero potuto non essere in grado di pagare il loro debito. I subprime furono successivamente “impacchettati” dalle banche in strumenti derivati, dei prodotti finanziari basati proprio sui prestiti immobiliari degli Stati Uniti, che furono venduti in tutto il mondo in grandi quantità. Il loro valore dipendeva proprio dal buon andamento del pagamento dei mutui in larga scala. Con il 2006 cominciarono i problemi strutturali. Le rate dei mutui cominciarono a diventare molto più care per molte persone, che, non potendo più pagare, videro la propria casa pignorata. Il valore delle case cominciò a scendere rapidamente e con esso il valore degli strumenti finanziari collegati ad esso, subendo un crollo verticale in seguito alle continue vendite da parte dei risparmiatori in cerca di salvezza.

Da questa crisi le banche ebbero notevoli contraccolpi in termini di capitale, perdite tali da portare al fallimento nel 2008 di Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari del mondo. In questo modo la crisi divenne capillare ed a causa del panico dilagante sui mercati in ogni parte del mondo ci furono le note conseguenze di questi mancati pagamenti.

Crisi di oggi

Negli ultimi mesi il mercato ha continuato a mostrare uno scenario di stagflazione. Con i dati di inflazione che aumentano di trimestre in trimestre, guidati dai prezzi dell’energia e del cibo, le Banche Centrali sono in corsa per il più grande rialzo di tassi degli ultimi decenni dopo anni di politica monetaria ultra-accomodante.
Fed e Bce si trovano davanti a una situazione macroeconomica difficilissima con l’inflazione fuori controllo, dovuta principalmente a colli di bottiglia nella supply chain globale, all’aumento dei prezzi delle materie prime e al ciclo economico in rallentamento. In questo contesto, è iniziata un’importante fase di rialzo tassi, con la Fed che nel mese di maggio ha rialzato di 50 punti base, cosa che non succedeva dai primi anni 2000, mentre la Bce ha in cantiere due rialzi da 25 punti base da qui a fine anno. Il mercato azionario si è quindi portato avanti, prima vendendo tutte quelle società ad alta crescita il cui valore è basato principalmente sugli utili futuri. Infatti, questi guadagni nel nuovo contesto andranno scontati a tassi più alti, riducendo così il loro present value. Il mercato, inoltre, ha continuato a vendere anche società più cicliche e con meno pricing power, perché lo scenario che viene scontato è quello di un rallentamento o addirittura una recessione.

Uno scenario sicuramente incerto. Rimane da capire se la domanda rallenterà o se invece sarà necessario un periodo di decrescita per ritrovare l’equilibrio tra domanda e offerta. In questo secondo caso, si dovrà necessariamente distruggere domanda e ricchezza in modo da spegnere l’aumento indiscriminato dei prezzi.

Le Borse, in questo momento, stanno sicuramente già scontando molto di ciò che in negativo potrebbe accadere nel prossimo anno. Ulteriori rischi potrebbero venire da un’inflazione che diventa più core. Un altro rischio è che la politica monetaria restrittiva in atto funzioni troppo bene causando quindi una recessione più profonda del previsto. I mercati soffrono dell’incertezza legata a questo possibile scenario. Le aziende stanno riportando un buon primo trimestre 2022, ma il contesto diventa adesso sempre più incerto. La crescita potrebbe venire a mancare verso la fine dell’anno nel caso in cui si paventi la recessione di cui abbiamo parlato con i settori esposti ai consumi discrezionali che tenderanno a soffrire di più rispetto a chi invece cresce per via di investimenti corporate e/o trend come la digitalizzazione e la “greenfication”.

Come Investire?

In questo contesto inflazionistico, tenere i propri risparmi nel conto corrente non è di certo una scelta saggia: vedremmo diminuire il nostro patrimonio inesorabilmente.
L’investimento in startup potrebbe essere un ottimo modo per proteggersi dall’inflazione, in quanto il fatturato di queste cresce ad un ritmo significativamente più sostenuto rispetto all’inflazione. L’aumento dei costi, inoltre, porterà le startup a essere più diligenti e attente nell’ allocazione del capitale , evitando sprechi e spese inutili diventando così più efficienti.
Inoltre le startup hanno un vantaggio rispetto alle grandi aziende: sono più “agili”. La loro struttura gli permette di adattarsi facilmente ai cambiamenti del contesto macroeconomico