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Perché e come investire in finanza alternativa: l’investimento da Business Angel

“Ed è compito dell’uomo saggio pensare oggi al domani, e non mettere tutte le sue uova nello stesso paniere”

Così scriveva Miguel Cervantes de Saavedra ne “Le straordinarie avventure dell’ingegnoso hidalgo Don Chisciotte della Mancia”. Ogni individuo, per un periodo limitato di tempo, è investitore e custode delle proprie risorse, poche o tante che siano. Avere questa consapevolezza è il primo step verso la corretta gestione dei propri asset, di qualsiasi natura essi siano. Il secondo step consiste nel conoscere le regole principali del gioco. Negli ultimi anni in particolare, la finanza alternativa si è ritagliata un ruolo sempre più rilevante anche nel mercato retail grazie ad una democratizzazione favorita dal contesto economico e dall’avanzata di forti innovazioni (anche normative) nel settore finanziario. Ma prima di avventurarsi in nuove avventure finanziarie è sempre bene sapere perché e come farlo, per non dover imparare a proprie spese ciò che professionisti hanno già sperimentato per noi in decenni di investimenti.

Perché e come investire in finanza alternativa: l’investimento da business angel

Il contesto economico

A gennaio di quest’anno la Bank of England ha pubblicato un paper dal titolo molto evocativo: “Eight centuries of global real interest rates, R-G, and the ‘suprasecular’ decline, 1311–2018” in cui mostra come negli ultimi 800 anni si sia riscontrato un costante declino dei rendimenti reali (al netto quindi dell’inflazione).

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In particolare, al fine di evitare un avvitamento tra crisi finanziaria ed economia reale, dal 2008 ad oggi economisti e banche centrali hanno deliberato un’ingente immissione di liquidità nei mercati di tutto il mondo. Le politiche di espansione monetaria attuate hanno reso disponibile sul mercato una grande quantità di liquidità (il valore aggregato dell'attivo delle banche centrali è passato da circa 5.000 miliardi di dollari del 2007 a circa 20.000 del 2019) al fine di sostenere un’economia reale che non è cresciuta con lo stesso ritmo dei mercati obbligazionari ed azionari, nei quali si è assistito ad una riduzione della percezione del rischio trainata sicuramente da una caccia ai rendimenti ormai ridotti a tassi pari allo zero o negativi.

A fronte di ciò ed in un contesto dove i mercati risultano essere sempre più correlati (basti pensare che nel 2019 il valore di mercato degli ETF ha superato i 4.000 miliardi di dollari ed è stimato crescerà con un CAGR del 25% annuo nei prossimi 10 anni) sempre più operatori finanziari e gestori di fondi di investimento stanno guardando a private equity, private debt ma anche venture capital come nuove asset class in grado di migliorare la diversificazione dei portafogli in virtù della loro illiquidità e della minor correlazione con i titoli quotati sui mercati regolamentati. E se è vero che i titoli scambiati sui mercati regolamentati stanno vivendo un momento di scollamento dall’andamento dell’economia reale, spostarsi su mercati più illiquidi, meno soggetti ad operazioni speculative di terzi o di buyback, significa allora investire nella tanto decantata “economia reale”. Se in passato erano solo professionisti del settore finanziario e imprenditori con ingenti disponibilità a poter accedere a questo tipo di strumenti, negli ultimi anni anche il settore del private banking e più lentamente anche il settore retail cominciano a vedere in queste asset class un’importante strumento di diversificazione di portafoglio.

In questa partita sta giocando un ruolo di crescente importanza l’innovazione introdotta dalla c.d. finanza alternativa, favorita negli ultimi anni anche in Europa da importanti novitá a livello normativo che hanno gradualmente permesso ad investitori retail con disponibilità finanziarie anche ridotte di investire in asset class illiquide alla stregua di business angels, fondi di VC e di private equity/debt. Ma da grandi poteri derivano grandi responsabilità, pertanto ad una democratizzazione dell’accesso a strumenti finanziari meno convenzionali dovrebbe seguire un’altrettanto diffusa educazione finanziaria, che nel Belpaese stenta ancora ad essere ravvisabile. Una ricerca pubblicata nel 2018 da Banca d’Italia dal titolo "Measuring the financial literacy of the adult population: the experience of Banca d’Italia" ha rilevato un gap sostanziale fra il nostro paese e il resto dell’area Ocse quanto al livello di conoscenze di base dei temi legati alla finanza personale, al risparmio e agli investimenti. Ad esempio, si è rilevato che in Italia la percentuale di persone che dichiarano di avere obiettivi finanziari a lungo termine e di sforzarsi a raggiungerli è solo del 27%, contro una media del 57% dei paesi del G20.

Cerchiamo di capire allora cosa significa investire in finanza alternativa ed in particolare cosa significhi investire come un business angel.

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L’investimento da business angel

Prima di scendere nel dettaglio di cosa significhi investire come un business angel, cerchiamo di capire perché, chiunque con un portafoglio diversificato dovrebbe seriamente considerare di investire direttamente in aziende private in fase early stage.

Rendimenti

Diversi studi hanno stimato che portafogli di investimenti in aziende early stage selezionate con cura, sufficientemente diversificati e con un orizzonte temporale di lungo periodo restituiscono in media rendimenti anche superiori al 25%, rendendo quest’asset class di primario interesse anche se comparata ad altre asset class che nel corso degli anni hanno dimostrato di saper restituire i migliori rendimenti.

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Fig.: Wiltbank study (Rob Wiltbank, Willamette University): Angel IRR = 27 percente or 2.6x in 3.5 years. Sources: Venture Economics; HFRI Equity Hedge Index

Diversificazione del portafoglio

In una recente intervista Paolo Martini, AD e Direttore Generale di Azimut Holding ha sottolineato come sia ormai riconosciuto da tutti i grandi investitori internazionali che l’inserimento di asset class illiquide migliori l’efficienza del portafoglio incrementandone l’efficienza e riducendone la volatilità. In un mondo globalizzato in cui è sempre più difficile diversificare, poter inserire delle asset class meno influenzate dalla correlazione generale è un vantaggio non trascurabile. Inoltre, proprio la loro caratteristica di essere poco liquidabili, pone tali asset al riparo da errori che, come ci insegna la finanza comportamentale, possono vanificare le performance di un portafoglio.

Networking e accesso privilegiato

Uno dei vantaggi derivanti dall’investire in startup e aziende innovative è sicuramente la possibilità di avere una finestra privilegiata sul futuro, di conoscere le realtà e le persone che in qualche modo potrebbero ridefinire il concetto che abbiamo di intere aree di business ma anche di avere accesso a prodotti e servizi altamente innovativi prima che questi possano raggiungere il mercato.

Impatto

Da ultimo e non meno importante, il business angel riceve un ulteriore reward dato dalla possibilità di sentirsi attivamente coinvolto nello sviluppo di un’economia dell’innovazione con coloro che in prima linea ogni giorno si sforzano di creare valore per l’economia del proprio paese.

Per quanto possa sembrare tutto molto bello ed affascinante, investire in startup e business early stage, può diventare un’attività estremamente poco redditizia e rischiosa se esercitata senza disciplina ed i giusti accorgimenti. Cerchiamo di capire come evitare di approcciare questo tipo di investimento in modo approssimativo e non ponderato facendoci aiutare anche da David S. Rose, fondatore di Gust ed autore del libro “Angel Investing”.

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La teoria del portafoglio di un BA

Per prima cosa occorre sfatare un mito, ovvero che dietro a portafogli di BA che hanno riportato rendimenti annualizzati superiori al 25% si celino sette segrete di investitori che si contendono le migliori idee di business o algoritmi sviluppati da prestigiose università in grado di identificare i migliori business che, garantito, diventeranno la nuova Apple, Google o Amazon di domani. Si tratta piuttosto di individui in grado di applicare poche regole chiave con rigore ed una certa “freddezza”. Vediamo quindi cinque verità “scomode” che ci eviteranno di dover provare a nostre spese cosa significhi investire in startup e ci permetteranno di comprendere meglio le regole alla base di questo tipo di investimento.

1. La maggior parte delle startup fallisce
Esatto, nove startup su dieci in media fallisce, il che significa che sparare nel mucchio su una o poche iniziative senza un minimo di selezione e di pianificazione di portafoglio non rappresenta una strategia di investimento bensì piuttosto mera scommessa.

2. Nessuno sa quali startup non falliranno
Per quanto si possa essere bravi nell’individuare i possibili rischi legati ad un’iniziativa imprenditoriale, le variabili esogene in gioco sono talmente tante che è quasi impossibile arrivare a definire un modello predittivo della probabilità di fallimento. Certamente l’analisi di alcuni fattori chiave può aiutare a ridurre il rischio.

3. Investire in startup è questione di numeri
Se la maggior parte delle startup fallisce ed è praticamente impossibile definire con certezza la probabilità di fallimento di ciascuna, l’unico modo per generare rendimenti annualizzati superiori al 25% è investire in un numero sufficiente di aziende e lasciare che la Legge dei Grandi Numeri faccia il resto. Diversi studi e simulazioni matematiche hanno dimostrato che sono necessari circa 20 – 25 investimenti in società diverse per poter raggiungere ritorni superiori a 20%. Inoltre, maggiore il numero di investimenti (comunque selezionati) maggiore la probabilità di collezionare ritorni positivi, come dimostrato in uno studio condotto da Sim Simenov, imprenditore veterano dell’industria del software ed angel investor.

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Fig: Data Driven Patterns of Successful Angel Investing by sim Simenov

4. Il fallimento è a portata di mano, il successo per i più pazienti
Come il venture capital, anche l’angel investing segue la classica j-curve. Dal momento che le startup tendono a fallire in fretta e a dare rendimenti con multipli sopra la media nel lungo periodo, l’andamento classico del portafoglio di un business angel traccerà nel tempo una “J” legata appunto allo sviluppo classico delle startup in cui ha investito.

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Fig.: David M. Townsend and Lowell W. Busenitz, “Resource complementarities, trade-offs, and undercapitalization in technology-based ventures: an empirical analysis”

5. Qualsiasi startup necessiterà di ulteriori capitali
Non conta quali siano le proiezioni dei founder, nè quanto in fretta questi pensino di raggiungere il break-even. Necessiteranno di altri soldi. Pertanto è opportuno pianificare sin dall’inizio l’eventualità di c.d. follow on, ovvero successivi investimenti finalizzati ad attenuare o annullare la diluizione della propria partecipazione a seguito dell’ingresso di nuovi capitali.

Alla luce di quanto emerso, se pensi:
1 di poter destinare una parte delle tue risorse personali ad investimenti illiquidi a lungo termine che potrebbero anche produrre forti perdite;
2 di saper gestire in maniera diligente ed attiva un portafoglio diversificato di investimenti in startup;
3 di poter trarre anche benefici collaterali da questo tipo di attività,

allora ci sono buone probabilità che tu possa considerarti un giorno tra i business angel in grado di generare ritorni annualizzati superiori al 25%.

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https://www.bankofengland.co.uk/working-paper/2020/eight-centuries-of-global-real-interest-rates-r-g-and-the-suprasecular-decline-1311-2018
https://www.yardeni.com/pub/peacockfedecbassets.pdf
https://markets.businessinsider.com/news/stocks/etf-market-grow-50-trillion-assets-2030-bank-america-passive-2019-12-1028763048
https://www.professionefinanza.com/intervista-martini-illiqudi/
https://www.infodata.ilsole24ore.com/2019/12/23/educazione-finanziaria-gli-italiani-messi-male-le-italiane-peggio/?refresh_ce=1
https://www.goodreads.com/book/show/18702908-angel-investing
https://www.failory.com/blog/startup-failure-rate